Umberto Berrino ( Sarno1955 )

 

Fino all'età di venticinque anni vive a Castellammare di Stabia in provincia di Napoli dove compie gli studi fino al conseguimento della Maturità Classica. Da ragazzo si appassiona alla pittura e riceve i primi insegnamenti dal Maestro Armando Catania, ultimo grande interprete della tradizione figurativa della Scuola Napoletana.
In questi anni lavora dal vero accanto al maestro realizzando quadri di paesaggio e nature morte, ma staccandosi dalla figurazione della Scuola Napoletana, manifesta una spiccata predilezione per il “Novecento" Italiano: Sironi, Morandi, Carrà, Rosai ecc...egli pur prediligendo una composizione scarna ed essenziale ove predominano i toni monocromatici: ocre, grigi, terre , neri e bianchi, resta certamente legato alle sue radici pittoriche culturali; legame che traspare dalla aderenza ai toni forti e agli aspetti duri della sua terra nativa, come la forte carica connotativa con cui sono resi persone, ruderi, rovine, case, alberi, fiori e frutta.

Si avverte un sentimento sconsolato di solitudine e di smarrimento, che spinge alla drammatica ricerca nella vita ancestrale e di una certezza cui ancorare l'esistenza. L'artista , allora, placa la sua ansia, rifugiandosi in una visione panteistica e si rasserena nel voler essere e sentirsi Natura... ( Giuseppe Iozzia Siracusa 1984)

Proseguendo gli studi, nel 1976 supera l'esame di ammissione alla Accademia di Belle Arti ed inizia ad esporre in varie mostre personali e collettive, ricevendo premi e consensi.


Agli inizi degli anni ottanta si trasferisce a Roma dove continua a frequentare i corsi della locale Accademia
ed entrando in contatto con l'ambiente artistico locale conosce tra gli altri Giulio Turcato. In questo periodo la sua attenzione è rivolta verso una nuova figurazione di tipo iperrealistico, ma sempre legata a temi cari alla sua poetica. Vi appartengono dipinti quali : “Spogliatoio” , “ Vecchia fabbrica” , “ Dopo lo jogging” , “ Metropolitana” , e molti ritratti di persone.


Scrive Antonio Carosella ( Castellammare di Stabia 1985) .... Sono due i versanti su cui si esercita la ricerca di Umberto Berrino: " la lettura della realtà contemporanea in chiave problematica e una tecnica espressiva che di quella problematicità sia specchio e segno di immediata intelligibilità. Vale a dire che la visione di un mondo ridotto al livello di una oggettualità perplessa e disarticolata è resa attraverso la composizione saldamente ancorata, entro lo spazio figurativo e l'amorosa cura dell'oggetto (anche della figura o parte di essa) isolato e descritto nella sua individualità. Personaggi proiettati sullo sfondo di un muro, uomini e donne, in gruppo o isolatamente, sembrano voler attraversare le pietre scalcinate, confondersi con gli intonaci di quarzo, immersi in fasci di luce fredda di lampade alogene...

 
Inquesti anni conosce Renzo Vespignani, grande maestro al quale egli fin dagli inizi aveva sempre guardato e la cui frequentazione ed amichevole guida sarà fondamentale per la sua maturazione personale ed artistica. Questo decennio di lavoro intenso ed emozionante a fianco del maestro, sfocerà nella grande mostra del 1992 tenuta a Sorrento e presentata da Vespignani, dove Berrino, ricevendo un grande successo di critica e pubblico, è definitivamente consacrato nel panorama artistico attuale.


Scrive il maestro :
...Sia pronto il visitatore invece a scoprire la bellezza – e perché no, la perfezione- là dove meno potrebbe aspettarsela: polemico ed eversivo quanto si vuole il soggetto è, per Umberto Berrino, ( come per ogni altro artista ) un puro e semplice referente, un pretesto che fa da sponda al gioco preziosissimo dei colori, e alla scoperta di un mondo diverso; l'universo altro della forma, con tutte le sue inesauribili connessioni, e illuminazioni, e avventurose iperboli. Dunque, ancora una volta, e chissà per quali passaggi di “scrittura” e personalissimi filtri, l'arte ha ragione della realtà: un paesaggio che si direbbe escluso dalla poesia, si risolve in un tessuto pittorico a volte abilissimo, a volte accidentato e “ferito”, ma sempre straordinariamente denso di allusioni e di drammatici coinvolgimenti: e si fa bellezza. Discariche a cielo aperto, rigagnoli fangosi, vasche piene di alghe dal verde avvelenato, case devastate dal tempo, o chissà dalla guerra, dalla miseria: un repertorio niente affatto accattivante diventa apparizione fantasmatica...


... Sta di fatto che il filo del discorso plastico s'e' perso. Il pittore, oggi , non può sentirsi segmento di una linea tracciata dalle grotte di Altamira al futuro. Ripartire, allora, da una tabula rasa; riallacciare pazientemente i rapporti con una realtà che non sia edulcorata; vederla nuova e bruciante, piuttosto che bugiarda e scenografica; scontarne il silenzio ( ce n'e' – e altissimo – in queste tele), la ripugnanza , il radicale imbarbarimento e la nevrosi del formicaio aberrante.


Questo restava da fare a Berrino. E' sempre difficile (e a volte comico) disegnare l'albero genealogico di un artista. Ancor di più definire un temperamento sincero come quello del Nostro. In realtà sembra dipingere rapito dalla gioia e dallo stupore, come un bambino che abbia aperto una cassa di velluti, e trapunte d'oro.

A osservarla con puntiglio, questa pittura si rivela alla fine come se fosse frutto di una forte sensualità, al di qua o al di là della cultura. Il piacere del “fare” traluce, come una lampada, dietro la materia; e rende diafano, bagnato di sana rugiada, il soggetto più turpe. E forse, in un autore tanto “pazzo”, s'intravede il sogno, ancora più assurdo di ricomporre anche ciò che è per definizione irricomponibile: una immensa natura morta di rifiuti come carne vivida, come ultimo mare luccicante dei “ mille e mille idoli del sole “. Per chiamarsene fuori? Chissà. Certo tessendone una commovente rappresentazione.

Ogni artista è alla ricerca, spesso dolorosa, del suo mondo, della sua mitografia. Non meravigliamoci se Berrino la ripesca nelle immense pattumiere che circondano le nostre città; altri artisti la trovarono negli orrori della guerra, o nella contemplazione intrepida del loro sottosuolo sadico. O della morte. Per un artista amore e odio non sono che il dritto e il rovescio della sua scrittura, e l'uno si fa forte dell'altro, e ne viene legittimato. Di questa gioia che fiorisce dall'informe e dall'orrido non s'abbia scandalo. Perché è vita della pittura, e dunque nostra vita. ( Renzo Vespignani 1992).


Dopo aver esposto nel decennio 1993 - 2003 in varie città d'Italia e all'estero, in questi ultimi anni Berrino ha ripreso temi e soggetti pittorici a lui cari e già in parte svolti negli anni passati, rivedendoli alla luce di una nuova visione, ispirandosi alle “visioni” di Isole, di paesaggi e natura del Mediterraneo in chiave surreale e mitologica, con i quali ha esposto nella grande Mostra Antologica di Malta nel 2004 con la Galleria Diomedea Arte di Palermo.


...Il paesaggio in pittura è, per tradizione, il riflesso dell'anima del pittore. Superando i tormenti e le tempeste romantiche, i paesaggi di Umberto Berrino riflettono la nostra modernità, rappresentando però la natura in maniera atemporale e intatta. Ma, se le vedute naturali sono realistiche, sono anche liberate dalla rappresentazione. In effetti, il paesaggio è sublimato per offrire un paesaggio interiore, spirituale e contemplativo. Lo sguardo del pittore è tutto proiettato nell'atmosfera e nella luce mediterranea.
La forza dell'evocazione è anche più forte quando il soggetto è suggerito piuttosto che rappresentato. Sulle tele di Umberto Berrino, la struttura, ben presente, offre un ossatura al quadro, ma sa farsi dimenticare per cedere il primo posto ai veli della suggestione, al vapore dell'atmosfera, alle polveri luminose.


L'artista lascia le sponde del realismo per raggiungere il simbolo. La donna diventa Madonna, la roccia diventa gemma ed il mare diventa specchio ed i colori diventano d'argento e d'oro. Sul mondo naturale si proietta la ricchezza umana in una apparente semplicità ed un osmosi perfetta ... (E.Sager Parigi 1995).

Nel 2008 in collettiva a Ponza.
“...c'è in queste tele un vigore creativo testimoniato dall'uso di una tecnica pittorica attraverso la quale sono resi i colori, che sulla tela diventano vividi, trasparenti e duri come pietre colorate, o incandescenti come grumi di magma appena eruttato. Trasparenze purissime, ombre profonde, luci guizzanti; umidori di terra e selci durissime rese con sapienti velatura cristalline...” ( Max Vittori Ponza 2008).

Nel 2010 ottiene un grandissimo successo di vendite e pubblico nella mostra personale tenutasi a Ponza e intitolata Ponza, la dimora dell' anima.


Umberto Berrino vive a Roma dove svolge la sua attività. Le sue opere si trovano in collezioni private e pubbliche, in Italia e all'estero.